Franco Fiabane nasce e muore a Belluno, rispettivamente il 20 ottobre 1937 e il 2 settembre 2015. Cresciuto in una famiglia artigiana, si forma come autodidatta nella bottega del padre Alberto, detto Berto (Belluno, 1911–1977), esperto scultore e marmista, dove fin da bambino entra in contatto con materiali e tecniche della lavorazione della pietra. Inizia a modellare giovanissimo, sviluppando precocemente competenze nel disegno e nell’anatomia e acquisendo una solida padronanza del mestiere attraverso l’esperienza diretta e l’osservazione dei modelli. La formazione è arricchita dallo studio costante delle opere del passato, dall’arte classica a quella primo-Novecentesca, e da visite a musei e gallerie, che ampliano cronologicamente e geograficamente il suo bagaglio di riferimenti stilistici.
Le prime opere di Franco Fiabane risalgono ai primi anni Cinquanta e si legano strettamente alla produzione della bottega paterna, soprattutto in ambito cimiteriale e religioso. Negli anni successivi avvia una progressiva autonomia stilistica, collaborando comunque con il padre in importanti commissioni pubbliche e monumentali. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta realizza le prime opere autografe, tra cui interventi per il Settimo Reggimento Alpini e sculture di soggetto storico-memoriale per la città di Belluno, oltre a lavori di carattere sacro. Nel 1964 l’incontro con lo scultore falcadino Augusto Murer rappresenta un momento significativo di confronto e crescita.
A partire dalla fine degli anni Sessanta l’attività artistica di Fiabane si intensifica grazie alle numerose commissioni per opere pubbliche, civili e religiose, soprattutto nella provincia bellunese e, più in generale, in area veneta. Sempre più consistente diventa la produzione di scultura di carattere monumentale legata alla memoria collettiva (in ricordo di caduti in guerra, alpini, tragedie storiche recenti come il crollo della diga del Vajont) e all’arte sacra, ambito al quale dedica gran parte della sua carriera, realizzando anche arredi liturgici e cicli decorativi parietali in numerose chiese del territorio.
Dal 1973, la costante attività espositiva in Italia e all’estero si accompagna a riconoscimenti critici e premi. Nel 1974 ottiene il primo premio per la grafica al concorso “G. Fiocco” di Sospirolo, intessendo un rapporto saldo, mai interrottosi, con il critico Ugo Fasolo. Nel 1975 è nominato accademico dall’Accademia Universale “G. Marconi” di Roma. Espone in numerose città, tra cui Belluno, Padova, Cortina d’Ampezzo, e all’estero a Colonia, Stoccarda, Bochum, Aachen, Dortmnud, Sidney, Spittal e Strasburgo. Nel 1979, la benedizione da parte di papa Giovanni Paolo II della sua celebre Madonna Regina delle Dolomiti, incastonata in una cavità naturale della Marmolada a 3270 metri sul livello del mare, segna un passo fondamentale per il riconoscimento della sua carriera.
Accanto alla scultura, suo mestiere d’elezione, Fiabane sviluppa anche un’intensa attività grafica e illustrativa, collaborando con editori e realtà culturali del territorio ed instaurando, in particolare, un significativo sodalizio con Gianluigi Secco. Il disegno, oltre che arte autonoma, costituisce per Fiabane una pratica quotidiana di esercizio, nonché il fondamento stesso del suo lavoro scultoreo, il quale, accanto ai monumenti civili e alle sculture sacre di destinazione pubblica, si articola anche in una più intima produzione di piccolo formato, oggi principalmente reperibile nel collezionismo privato, dedicata ai temi della famiglia, della vita quotidiana e della condizione umana in generale.
Attivo anche nel volontariato e nella vita associativa della sua città, alpino egli stesso e socio del Rotary Club di Belluno, Fiabane mantiene sempre uno stretto legame con la comunità locale e se ne fa animatore instancabile. Nel 2005 riceve il Premio San Martino, massimo riconoscimento avanzato dalla città di Belluno, per la sua attività artistica di rilevanza internazionale. Continua a lavorare fino agli ultimi anni, lasciando anche numerosi progetti incompiuti, testimonianza di una continua volontà di ricerca e innovazione. A distanza di undici anni dalla sua scomparsa, la sua opera si configura come un percorso coerente e articolato, profondamente intrecciato alla sua esperienza di vita e al contesto culturale e naturale di appartenenza.






