Foto di Marco Ganassin

Il ciclo pittorico delle Beatitudini si dispiega per circa ottanta metri di superficie sulle pareti, prima spoglie, della chiesa, avvolgendo il visitatore in un racconto silenzioso ma imponente. L’opera nasce dalle mani esperte di un maestro abituato alla scultura, che qui traduce la forma plastica in immagine, affiancato dal figlio Nicola e da Alvio Bona, in un gesto corale che è già testimonianza di trasmissione e memoria. La tecnica impiegata – la sovrapposizione di malte colorate su intonaco – contribuisce a creare una superficie viva, vibrante, che accoglie la luce con discrezione e restituisce l’umiltà del messaggio che veicola.

Gli otto riquadri che compongono il ciclo rappresentano le otto Beatitudini proclamate da Cristo sul monte. Esse prendono qui corpo in figure umane, volti semplici, gesti quotidiani, segni che parlano a chi guarda con un linguaggio accessibile, quasi infantile nella sua chiarezza, eppure capace di veicolare la profondità del messaggio sacro. Il Discorso della Montagna diventa nel ciclo di Fiabane un invito non solo a contemplare, ma a camminare nella luce di una perfezione terrena possibile, fondata su pratiche di mitezza, ascolto, dono, perdono.

Sulla parete sinistra, il percorso inizia con i puri di cuore, raffigurati nella forma essenziale e innocente dei fanciulli. La loro presenza richiama direttamente i Vangeli di Matteo e Marco, in cui Gesù pone il bambino al centro come modello della vera purezza spirituale. Accanto a loro, gli operatori di pace vengono raffigurati con chiaro riferimento alla figura di papa Giovanni XXIII: egli è posto come incarnazione concreta della Beatitudine evangelica, mentre alle sue spalle si intrecciano le bandiere di ideologie politiche opposte, in un’allusione visiva alla sua opera di mediazione spirituale durante la Guerra Fredda. Segue l’immagine dei mansueti, dove lo sguardo si posa sul volto di Madre Teresa di Calcutta, ritratta nella sua mite autorevolezza, e dei miti, espressione della compassione profonda e della condivisione del dolore altrui. La scena si conclude con i perseguitati per la giustizia, che trovano la loro incarnazione nel volto di monsignor Oscar Romero, vescovo martire dei nostri tempi, figura che unisce alla voce profetica il sacrificio estremo per amore del Vangelo.

Sulla parete destra, il cammino spirituale si apre con coloro che piangono, rappresentati attraverso l’episodio dei discepoli di Emmaus, ritratti nel momento in cui confidano le loro paure e disillusioni a un viandante che è Cristo stesso, ma che ancora non riconoscono. Segue l’immagine dei poveri in spirito, che trova il suo riferimento simbolico in San Francesco d’Assisi, testimone della futilità della ricchezza terrena di fronte ai “tesori del cielo”. L’attenzione si sposta poi sui misericordiosi, rappresentati attraverso la parabola del figliol prodigo, dove il perdono testimonia insieme il riscatto per chi ha errato e la gratificazione per chi lo esercita. Chiude il ciclo il riquadro dedicato agli affamati di giustizia, con la figura del ricco Zaccheo, impegnato a restituire quanto sottratto e a dividere i propri beni con i poveri in atto di giustizia viva. Le scene parlano con semplicità e con forza, invitando a riflettere su come il desiderio di giustizia e la misericordia non siano sentimenti tra loro contraddittori, ma entrambe strade autentiche verso la beatitudine.

Lo stile pittorico, pur nella sua apparente semplicità, è frutto di una visione sapiente e colta. I contorni netti, le campiture cromatiche stese in modo uniforme, le posture solenni e i panneggi ricchi di ritmo plastico riportano alla mente la ieraticità dell’arte medievale e bizantina, rielaborata in chiave profondamente moderna. È una pittura che parla con dolce fermezza, che invita alla comprensione immediata senza rinunciare alla profondità simbolica. Le figure sembrano emergere dalla parete come bassorilievi silenziosi, come se l’artista avesse tentato di trasporre in pittura l’agone espressivo dell’adiacente Via Crucis.

In questo ciclo, l’arte si fa catechesi visiva, richiamando la tradizione delle chiese medievali in cui le immagini insegnavano ciò che i testi sacri non potevano raggiungere. Eppure, lo sguardo dell’autore si spinge oltre, legando il Vangelo a eventi e figure del Novecento, come nel tentativo di tracciare una storia universale dei valori evocati. È la voce della Chiesa post-conciliare che risuona, con la sua vocazione a parlare al mondo intero, a denunciare le ingiustizie, a riconciliare gli opposti. E così le Beatitudini, pur imponenti, sembrano sussurrate all’anima di chi entra, come una promessa luminosa di senso, speranza e pace.

Documenti di archivio

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Beatitudini
Chiesa di San Giovanni Bosco

Autore
Franco Fiabane

Tecnica
Sovrapposizione di malte colorate su intonaco

Dimensioni complessive
Circa 80 m ²

Collaboratori
Nicola Fiabane e Alvio Bona

Anno di datazione
1993

Località
32100 Belluno – Piazza S.Giovanni Bosco, 18

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Scheda Tecnica

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Materiali di archivio

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