Foto di Marco Ganassin

L’opera in pietra calcarea dell’Alpago, estrapolata da un unico masso del peso di circa 35 quintali per due metri d’altezza, rappresenta l’episodio evangelico di San Martino che dona il mantello a un povero. La composizione è concepita come un altorilievo e risulta integralmente ricavata secondo l’andamento e la resistenza del blocco di pietra originario, in un rapporto diretto con la materia. É lo stesso Franco Fiabane a spiegare che «La pietra va asportata dalle figure a mano a mano che risulta in più rispetto all’idea dell’opera», sottolineando come il suo lavoro artistico sia frutto di uno sforzo non solo fisico ma anche di grande concentrazione mentale.

Nel San Martino del Fiabane emerge in primo piano la figura scheletrica, drammatica e intensa del bisognoso, rappresentato con realismo quasi espressionista: il suo corpo è denutrito, il suo gesto è teso, il suo sguardo è supplichevole d’aiuto. In secondo piano si colloca invece la figura di San Martino, chinato, colto nell’atto di scendere dal cavallo e di stendere il mantello sul povero. La scena, altamente dinamica, ruota intorno alla diagonale visiva tra i due protagonisti, secondo una costruzione a triangolo scaleno che guida l’occhio verso l’alto, fino alla terza figura: il cavallo. L’animale è privo di bardature, come sottolinea l’artista, cosicché diventi simbolo di libertà e dignità umane.

L’opera si presenta nel suo complesso come un potente manifesto di pietà e solidarietà. La decisione di cogliere il santo non nella posa statuaria del cavaliere ma nella discesa attiva verso il povero ne accentua il senso di umanità. Il gesto di generosità nei confronti del bisognoso non è interpretato, dunque, come donazione passiva dall’alto, ma bensì come partecipazione diretta alla sofferenza dell’ultimo.

Dal punto di vista stilistico, la composizione dialoga con altre opere di Fiabane, in particolare con la Via Crucis del Nevegal, per l’interessante alternanza tra parti scalpellate e intoccate, o con il Monumento ai superstiti del Vajont, dove il pathos è trasmesso attraverso una simile resa del corpo piegato, del gesto carezzevole, e della tensione dello sguardo. Anche qui, come testimoniano i bozzetti preparatori dell’opera, si ritrova il medesimo equilibrio tra plasticità e astrazione, tra solennità e terrena umanità tipico del linguaggio dell’artista.

La concezione a rilievo profondo e la scelta della pietra scolpita “in levare” possono evocare suggestioni legate a Arturo Martini, ma anche al Michelangelo dei Prigioni, dove la figura emerge per sola sottrazione dalla massa originaria. La semplificazione plastica e l’uso di masse solide rimandano inoltre alla forza arcaica di certe opere di Henri Moore, artista amato da Franco Fiabane. La caratterizzazione del cavallo può ricordare invece, con diversa intensità simbolica, il linguaggio narrativo dei bassorilievi classici.

La decisione di non affidarsi a un modello preesistente ma di seguire le direttrici imposte dalla forma naturale del blocco testimonia, ancora una volta, l’approccio “michelangiolesco” a tutto tondo dell’artista, già dichiarato dallo stesso in molte delle sue opere monumentali. Con questa scultura, Fiabane riafferma il valore umano e civile dell’arte, inserendosi con coerenza nella tradizione della scultura sacra e pubblica del secondo Novecento italiano e internazionale.

Documenti di archivio

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San Martino dona il mantello
Ospedale San Martino di Belluno

Autore
Franco Fiabane

Materiale
Pietra dell’Alpago

Dimensioni
2m x 0,4

Località
32100 Belluno – Ospedale di San Martino

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Scheda Tecnica

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Materiali di archivio

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